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Perché ho appeso opere d'arte (e non solo poster anatomici) nel mio studio

Ho installato tre nuove cornici nello studio. Su quella parete, però, non troverete i soliti poster anatomici: quelli restano dall'altro lato, dove mi servono per spiegare una spalla o una colonna. Le cornici nuove ospitano opere realizzate da persone che sono passate da qui, su questo lettino. Alcune di loro sono artisti di mestiere; altre sono persone come me e te, che hanno semplicemente dato spazio alla propria creatività e hanno deciso di farmi un regalo.

La prima che ho già in mano è una fotografia di Arianna Procaccio, architetto che ha cominciato a fotografare per diletto e sta diventando in fretta un'artista visiva che mi piace moltissimo. Da qui è nata questa riflessione: cambiare quella parete non è un vezzo estetico. È una scelta che ha delle radici fisiologiche.

Il bello entra dagli occhi e arriva al dolore

Partiamo dalla domanda più provocatoria: guardare qualcosa di bello può cambiare quanto male sentiamo? Uno studio di Marina de Tommaso e colleghi dell'Università di Bari ha provato a misurarlo in modo rigoroso. A dei volontari veniva applicato uno stimolo doloroso (un impulso laser calibrato) mentre osservavano dipinti che loro stessi avevano classificato come belli, neutri o brutti. Risultato: davanti alle opere giudicate belle i soggetti riferivano un dolore più basso, e l'elettroencefalogramma mostrava una riduzione oggettiva della componente P2 del potenziale evocato, un segnale che si genera nella corteccia cingolata anteriore, una delle aree chiave nell'elaborazione del dolore. [1]

Tradotto nel linguaggio che uso in studio: l'esperienza estetica non "distrae" e basta. Attiva circuiti attentivi ed emotivi che modulano il segnale nocicettivo a monte, prima ancora che diventi la frase "mi fa male". È lo stesso principio neurologico su cui lavoriamo con la respirazione o con il modo in cui parliamo a un paziente durante un trattamento: il dolore non è un dato fisso che sale dal tessuto, ma un'esperienza che il cervello costruisce e continuamente rinegozia in base al contesto. E il contesto, in una stanza, lo si può progettare.

Non solo chi guarda: anche chi crea

C'è un secondo livello, ed è quello che mi ha spinto a esporre proprio le opere dei pazienti. Il beneficio non riguarda solo chi contempla, ma anche chi crea. In uno studio della Drexel University, 39 adulti hanno realizzato un'opera con materiali liberi per 45 minuti; nel campione di saliva prelevato dopo, circa tre quarti dei partecipanti mostravano livelli di cortisolo più bassi rispetto all'inizio. E, dato per me il più interessante, l'effetto non dipendeva dall'essere "bravi": valeva anche per chi non aveva alcuna esperienza artistica. [2]

Questo smonta l'alibi che sento più spesso ("io non sono capace"). Per abbassare la tensione fisiologica non serve un talento: serve concedersi il tempo di fare. È lo stesso motivo per cui insisto tanto sul movimento anche in chi "non è sportivo". Il gesto creativo, come quello motorio, è una forma di autoregolazione del sistema nervoso autonomo.

Onestà però: questo studio non aveva un gruppo di controllo e misura un effetto a breve termine. Ci dice che fare arte può ridurre lo stress in quel momento, non che sostituisca una terapia. Lo prendo per quello che è: un indizio solido, non una promessa.

Cosa dice la scienza (e cosa non dice)

Nel 2019 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato una revisione che ha passato al setaccio oltre 3000 studi sul rapporto tra arti e salute. La conclusione è prudente ma chiara: le arti possono avere un ruolo nella prevenzione, nella promozione della salute e nella gestione di molte condizioni, lungo tutto l'arco della vita. [3] Non è una cura miracolosa; è un fattore di contesto che, sommato agli altri, sposta l'ago.

Un esempio ben documentato è la musica. Una meta-analisi su 97 studi controllati ha mostrato che l'ascolto di musica riduce in modo statisticamente significativo il dolore e, in ambito medico, persino la richiesta di analgesici. [4] Sul versante visivo le prove sono più giovani e meno numerose, e va detto con chiarezza: alcuni lavori non trovano effetti sulla tolleranza al dolore, e serve più ricerca controllata prima di parlare di "terapia". Per questo distinguo sempre: l'evidenza sulla musica è robusta, quella sull'arte visiva è promettente ma ancora preliminare.

Cosa me ne faccio, allora, da clinico? Non trasformo lo studio in una galleria per curare le lombalgie. Ma un ambiente di cura curato nell'estetica non è un dettaglio decorativo: è parte del setting terapeutico, esattamente come la temperatura della stanza, la luce, il tono della mia voce. Sono tutte variabili che entrano nel modo in cui il sistema nervoso di chi ho davanti interpreta ciò che gli sta succedendo.

Il vero motivo

C'è poi una ragione che nessuno studio misura. Quelle cornici raccontano che da qui passano persone intere, non "una cervicale" o "un ginocchio". Quando un paziente sdraiato sul lettino riconosce l'opera di qualcuno che è stato lì prima di lui, capisce di essere entrato in una relazione, non in un ambulatorio anonimo. E per me è un piccolo atto di riconoscenza: restituire, appeso al muro, un pezzo della creatività che le persone hanno voluto condividere.

I primi tre capolavori saranno appesi la prossima settimana. Se passate in studio, alzate lo sguardo verso quella parete: forse, mentre cerchiamo insieme la versione migliore di voi, vi farà un po' di bene anche solo guardarli.

Note

[1] de Tommaso M, Sardaro M, Livrea P. Aesthetic value of paintings affects pain thresholds. Consciousness and Cognition. 2008;17(4):1152–1162. doi:10.1016/j.concog.2008.07.002 (PMID: 18762434)

[2] Kaimal G, Ray K, Muniz J. Reduction of Cortisol Levels and Participants' Responses Following Art Making. Art Therapy. 2016;33(2):74–80. doi:10.1080/07421656.2016.1166832

[3] Fancourt D, Finn S. What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review. Copenhagen: WHO Regional Office for Europe; 2019. Health Evidence Network Synthesis Report 67. NCBI Bookshelf: NBK553773. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK553773/

[4] Lee JH. The Effects of Music on Pain: A Meta-Analysis. Journal of Music Therapy. 2016;53(4):430–477. doi:10.1093/jmt/thw012 (PMID: 27760797)

 
 
 

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